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Articolo a cura di Giovanna PALLOTTA
Già nell’antica Grecia, e poi a Roma, ci si era posti il problema dell’allontanamento delle acque reflue dai centri abitati. Anche se all’epoca non si aveva ancora consapevolezza scientifica dei problemi che i reflui provocano in termini di salute ambientale ed umana. Soltanto i metodi specifici di trattamento (di reflui non più solo civili, ma anche industriali) sviluppatisi a partire dal XX secolo hanno concretizzato la presa di coscienza della necessità di salvaguardare la qualità dell’ecosistema e la salute dell’uomo.
I primi impianti sono stati progettati con l’obiettivo base di ridurre la sostanza organica presente negli scarichi, a cui successivamente si è aggiunta la necessità di rimuovere nutrienti come azoto e fosforo. Grazie alle ripetute applicazioni, la tecnologia sfruttata è indubbiamente migliorata, in termini di efficienza e, dunque, di capacità di depurazione. Contestualmente, però, si è aggravato un secondo problema: il consumo massiccio di risorse a ledere la [eco]sostenibilità del processo. Nel corso degli anni, poi, i vincoli imposti dalla normativa, riguardo ai livelli di purezza da raggiungere allo scarico, sono stati resi sempre più stringenti. Inevitabilmente, gli impianti di trattamento sono diventati sempre più energivori. A fare da contrappeso a questa dispendiosa spesa energetica un fine irrinunciabile: garantire sicurezza igienico-sanitaria ed ambientale.
Anche il consumo di risorse nei depuratori delle acque di scarico è stato chiamato in causa dalla necessità di improving energetico. Nell’ottica di ottimizzazione del processo e recupero dei materiali, la svolta è stata risalire al valore del carico energetico contenuto nelle acque reflue, pari a cinque-dieci volte l’energia necessaria al loro trattamento.
Si tratta, evidentemente, di una capacità altamente significativa: se l’energia (cinetica, chimica e termica) venisse recuperata, gli impianti di depurazione potrebbero sicuramente essere resi autonomi, ma non solo.
Potrebbero, nel breve futuro, diventare sistemi di produzione di energia rinnovabile, senza trascurare le necessarie garanzie in termini di purezza di depurazione.
Le stime riportano per l’Italia un “quantitativo di energia necessario all’alimentazione di tali processi pari all’1% del consumo energetico nazionale” [Campanelli, 2013]. Un impianto di depurazione di nuova concezione garantirebbe da un lato l’ottimizzazione di un processo di per sé molto dispendioso energeticamente, autosostenendosi, dall’altro il raggiungimento di un risultato necessario per il benessere ambientale ed umano nella maniera più energeticamente intelligente possibile.
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