ilfattoalimentare.it
Ogni anno, l’ Unione Europea stima la produzione di 88 milioni di tonnellate di cibo di scarto (food waste). Questa mole di spreco, ha un valore economico stimato di 143 miliardi di euro, stando alla Commissione Europea. Da un punto di vista ambientale, richiede 250 km3 e occupa il 30% dei terreni coltivabili globalmente, intaccando le risorse necessarie ad agricoltura ed allevamento.
Innanzitutto, è importante definire il “tipo” di spreco alimentare, che viene classificato come food waste o food loss in base alla sua origine.
Lo spreco di cibo risulta, quindi, un fenomeno globale che avviene a più livelli, studiato e combattuto a livello internazionale.
Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) è un’organizzazione internazionale che si occupa di studi dei cambiamenti climatici e intraprende azioni per la tutela dell’ambiente e l’uso sostenibile delle risorse naturali. Visto l’impatto, ambientale ed etico, degli sprechi alimentari, ha realizzato il Food Waste Index report. Nella sua versione più recente, si propone di quantificare gli sprechi e fornire strumenti ai paesi per raggiungere l’obiettivo di riduzione degli scarti del 50% entro il 2030. Tale indice, è caratterizzato da una metodologia di analisi su tre livelli:
Prevenzione degli sprechi
Considerando che ogni anno, una persona getta in media nel mondo 73 kg di cibo, vi è un ampio margine di miglioramento. Infatti, l’educazione del consumatore può fare una grande differenza, poiché basta seguire semplici linee guida:
Considerazioni analoghe, possono essere fatte per i settori della ristorazione e dell’ospitalità, i quali dovrebbero incentivare l’utilizzo di doggy bags, per far portare a casa agli ospiti gli avanzi. Inoltre, gli eccessi di prodotti cucinati da ristoranti, hotel e supermercati, possono anche essere destinati ad associazioni di beneficenza.
A prescindere dalle misure adottate, un azzeramento degli scarti alimentari urbani risulta quasi impossibile da raggiungere. Pertanto, conviene sfruttare il cibo buttato per produrre energia, andando a minimizzare la quantità destinata alla discarica. Da un punto di vista energetico, bruciare direttamente la biomassa residua, non è conveniente, in quanto ha un potere calorifero basso, contiene un’elevata percentuale di umidità ed è eterogenea. Quindi, dopo una adeguata separazione, è preferibile destinarla a trattamenti che ne incrementino il PCI quali:
Tali prodotti, hanno PCI più elevati della biomassa di partenza, e possono essere impiegati più facilmente in impianti termici. Infatti, tutti questi prodotti sono adatti a bruciare in caldaia, ma gli oli possono essere impiegati anche in Diesel lenti, mentre il syngas può alimentare un ciclo TAG. Tramite ulteriori trattamenti chimici, è possibile ricavare idrogeno e biocombustibili, quali biodiesel, che hanno caratteristiche ancora migliori, oltre che un più ampio campo di impiego.
Articolo a cura di Michele EUGENI
Ricostruzione dettagliata del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986: difetti del reattore RBMK,…
Uno studio dell'Università di Manchester pubblicato sul Journal of Advances in Modeling Earth Systems ha…
Ci sono particelle di plastica nelle acque dell'Artico, nel cibo che mangiamo, nell'aria che respiriamo…
Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica ha affidato a un consorzio guidato da e-GEOS,…
Un gruppo di ricercatori guidato dall'Università di Cambridge ha dimostrato che le vibrazioni molecolari ad…
Una carota di ghiaccio estratta dal ghiacciaio Weißseespitze nelle Alpi Orientali, al confine tra Austria…