Ambiente

Foresta pluviale venduta alla Cina, una catastrofe ambientale

La Sierra Leone ha firmato un accordo con cui vende alla Cina per 55 milioni di dollari parte della foresta pluviale. L’operazione è considerata rischiosa per le specie presenti nel parco nazionale di quell’area. L’accordo potrebbe anche indebolire l’economia locale, a causa dell’intensa attività di pesca che viene praticata nella zona.  

Foresta pluviale, il “polmone della Terra”

La foresta pluviale, situata nella zona equatoriale della Terra, è nota per essere il cuore verde del pianeta. La vegetazione è fitta e molto variegata, e può arrivare a comprendere fino a 200 specie diverse di piante. Questo ne fa una fonte di ossigeno e un emblema della biodiversità. Nonostante le foreste pluviali occupino solo il 7% della superficie del pianeta, ospitano il 50% di tutte le specie animali e vegetali nel mondo. Il clima tipico della zona, caldo e umido, è importante per permettere alle piante di assorbire acqua e sostanze nutritive necessarie per la loro crescita. Il contributo al clima e all’ecosistema globale è fondamentale, e inoltre le foreste rappresentano una riserva di legno, cibo e altre materie prime. Questo ambiente essenziale è continuamente oggetto di minacce a causa delle attività umane di deforestazione. Si calcola che ogni anno vengano distrutti oltre 7 milioni di ettari.

Foresta pluviale: un accordo per la crescita economica

In un contesto già delicato, arriva anche la notizia della vendita di una parte dell’area naturale. Il progetto prevede la costruzione di un porto per la pesca industriale. L’iniziativa parte dalla ministra per la Pesca della Sierra Leone. Lo scopo dell’accordo è la crescita economica del Paese, da cui secondo il governo anche i pescatori trarrebbero un vantaggio. La spinta verso il progresso richiede quindi investimenti e sacrifici, necessari per ottenere vantaggi a lungo termine. L’accordo prevede  la costruzione sulla spiaggia di un porto industriale di 100 ettari, che ospiterà navi per il trasporto. Il governo ha deciso che la spiaggia è il luogo più adatto per la costruzione. Si prevede un risarcimento per i proprietari terrieri colpiti, anche se secondo gli oppositori la cifra sarebbe irrisoria rispetto ai prezzi del mercato.

Un disastro catastrofico

La risposta degli ambientalisti non si è fatta attendere. L’operazione sarebbe infatti un “disastro catastrofico” per l’equilibrio ecologico della foresta. Oggetto dell’accordo è una zona soprannominata “Whale Bay”. Si tratta infatti di una zona intensamente abitata da balene, delfini e altre specie acquatiche, come sarde e cernie. Queste rappresentano una fonte di sostentamento per i pescatori locali, che producono il 70% del pesce per il mercato interno. Al progetto si aggiunge poi una parte della foresta pluviale che ospita una varietà di specie protette, come l’antilope duiker e i pangolini. L’esistenza delle specie, sia acquatiche che terrestri, sarebbe messa a rischio e questo rappresenta uno dei validi motivi per opporsi alla decisione.  

L’opposizione al progetto

Due gruppi di campagne legali sono intervenute per richiedere studi sulle ripercussioni ambientali e sociali dell’iniziativa. La foresta pluviale verrebbe distrutta e i luoghi di riproduzione dei pesci verrebbero inquinati. Le comunità locali subirebbero espropri forzati e conseguenze economiche, occupazionali e di sicurezza alimentare. Per sostenere le spese legali necessarie a presentare un ricorso è stata aperta anche una pagina di crowdfunding. Non sono mancate anche petizioni e proteste di pescatori e proprietari terrieri, uno dei quali ha scritto direttamente al governo chiedendo di fermare la costruzione. Anche Greenpeace condanna l’accordo, sottolineando che le specie acquatiche stanno già subendo gli effetti negativi della crisi climatica e delle attività umane. Nonostante la pressione per difendere un patrimonio del pianeta, per ora prevalgono gli interessi economici. Il fatto che la documentazione non sia stata resa nota suggerisce anche motivi politici che secondo gli oppositori potrebbero aprire inchieste parlamentari.

Maria Chiara Cavuoto

Dottoressa Magistrale in Ingegneria Energetica, da sempre curiosa di capire il perché dei fenomeni scientifici e appassionata di divulgazione. Sono autrice per CuE dal 2020, quando ho iniziato ad occuparmi degli articoli sulla pagina Energy, ma in questi anni ho avuto la possibilità di incontrare nuovi mondi e scoprire nuovi interessi. Oggi collaboro e scrivo per l'intero network.

Recent Posts

Lockdown energetico, cosa potrebbe accadere davvero in Italia

Non è ancora una misura ufficiale, ma il termine lockdown energetico ha cominciato a circolare…

1 settimana ago

Incendio alla Delca Energy di Vicopisano: 2.500 tonnellate di plastica in fiamme, il rogo entra nella fase di spegnimento

Una colonna di fumo nero alta fino a 800 metri, visibile da gran parte della…

2 settimane ago

Hybrid power plants: l’integrazione FER + storage che ridefinisce gli impianti rinnovabili

Nel design degli impianti di generazione rinnovabile, l'integrazione tra fonte primaria e sistema di accumulo…

4 settimane ago

Alghe ingegnerizzate contro le microplastiche: la soluzione che arriva dalla biologia sintetica

Ricercatori dell'Università del Missouri hanno sviluppato un ceppo di alghe geneticamente modificate capaci di catturare…

1 mese ago

40 anni dal disastro di Chernobyl: cosa accadde davvero e cosa dice oggi la scienza sulla sicurezza nucleare

Ricostruzione dettagliata del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986: difetti del reattore RBMK,…

2 mesi ago

Meno auto, città più fresche: una ricerca ha quantificato il legame tra traffico e temperatura urbana

Uno studio dell'Università di Manchester pubblicato sul Journal of Advances in Modeling Earth Systems ha…

2 mesi ago