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Il pinguino africano è a un passo dall’estinzione

Il pinguino africano potrebbe sparire definitivamente entro il 2035, ecco che che cosa mette a rischio la loro sopravvivenza.

Un’emergenza che è emersa nel mondo naturale è sicuramente quella del pinguin0 africano (Spheniscus demersus). Infatti, quest’ultimo si trova nella lista dell’IUCN delle specie in pericolo.

Come mai? Al moment0 ci sono meno di 10.000 coppie riproduttive rimaste. Il quadro generale è allarmante perché se la situazione non cambierà, l’estinzione in natura potrebbe avvenire entro il 2035.

Il declino è costante nel tempo sin dall’Ottocento. Inizialmente la causa era lo sfruttamento da parte degli umani. Per l’appunto, venivano uccisi per alimentare le caldaie delle navi; le uova venivano integrate nell’alimentazione e i nidi venivano distrutti per raccogliere guano come fertilizzante.

Chiaramente, il Sea Birds and Seals Protection Act ha vietato queste pratiche già nel 1973. Tuttavia, il numero di esemplari di pinguini africani continua a scendere in maniera preoccupante.

Cambiamento climatico, pesca industriale e habitat compromessi

Il problema principale attualmente è la mancanza di prede come sardine e acciughe. In tal senso, il cambiamento climatico ha modificato la distribuzione di queste risorse ittiche già dall’inizio degli anni 2000. Il tutto si aggrava ulteriormente con la pesca industriale. A causa di ciò, la popolazione di pinguini africani è diminuita addirittura del 70% fino a registrare l’esistenza di 20.000 esemplari in natura. La distruzione dell’habitat ha giocato un ruolo fondamentale, infatti per secoli l’uomo ha distrutto i nidi. Ciononostante, l’introduzione di nidi artificiali nei tempi recenti ha aumentato del 16,5% la schiusa delle uova rispetto ai nidi naturali.

Al fine della protezione dei pinguini, il governo sudafricano ha introdotto nel 2008 le “no-take zones“. Ossia? Si tratta di zone dove la pesca commerciale era vietata attorno alle aree di riproduzione, come Robben Island e St Croix Island. Tuttavia, questa misura non ha avuto gli effetti sperati: le chiusure erano alternate ogni tre anni e non estese ad altre colonie come Dassen Island. Nello specifico, durante il periodo di chiusura, si è registrato solo un modesto aumento dell’1% della popolazione. Logicamente, si tratta di un dato insufficiente per contrastare il rischio di estinzione del pinguino.

Pinguini africani (Wikimedia, Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 FOTO) – www.energycue.it

Inquinamento ad un punto di non ritorno

La situazione generale si è aggravata ulteriormente a causa delle fuoriuscite di petrolio ad Algoa Bay. Ciò deriva dal rifornimento da nave a nave, nonché una pratica iniziata proprio vicino a una delle principali colonie di pinguini. Chiaramente queste operazioni hanno inquinato le acque, ma non solo. Infatti, hanno provocato un incremento del rumore sottomarino. In tal senso, hanno fatto in modo che i pinguini si trovassero costretti ad allontanarsi dalle zone di alimentazione. Ma come si è mosso il governo sudafricano in merito al rischio che stanno affrontando tali pinguini?

In realtà, l’istituzione ha preso decisioni che privilegiassero le esigenze economiche della pesca industriale. In questo modo, la conservazione del pinguino africano è una priorità che è finita in secondo piano. Un gruppo di esperti internazionali ha proposto strategie di equilibrio tra conservazione e pesca. Tuttavia, le chiusure della pesca sono state limitate per ridurre al minimo le perdite economiche. Gli esperti si sono espressi in merito e hanno concluso che i pinguini potranno riprendersi solo in condizioni ambientali favorevoli. In tal senso, è necessario proteggere il loro habitat e ridurre la competizione con la pesca industriale. In caso contrario, la sopravvivenza di questa specie rimane gravemente a rischio.

Martina Serpe

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