Innovazioni

Alghe ingegnerizzate contro le microplastiche: la soluzione che arriva dalla biologia sintetica

Ricercatori dell’Università del Missouri hanno sviluppato un ceppo di alghe geneticamente modificate capaci di catturare le microplastiche dall’acqua sfruttando il limonene. Ecco come funziona e perché potrebbe cambiare il trattamento delle acque reflue.

Le microplastiche si trovano ormai ovunque, nei sedimenti marini, nelle acque dolci, nel sangue umano, nel latte materno. Frammenti con diametro inferiore a cinque millimetri, spesso molto meno, nell’ordine dei micron, derivano dalla degradazione di materiali plastici più grandi o vengono immessi direttamente nell’ambiente attraverso prodotti cosmetici, tessuti sintetici e imballaggi. La loro pervasività è documentata con crescente precisione dalla letteratura scientifica, e la difficoltà nel rimuoverli dagli ambienti acquatici rimane uno degli ostacoli tecnici più seri della gestione ambientale contemporanea.

Gli impianti di depurazione convenzionali sono stati progettati per eliminare solidi sospesi, nutrienti in eccesso e agenti patogeni. Non le nanoplastiche e le microplastiche più fini, che attraversano le membrane di filtrazione e le vasche di sedimentazione senza essere intercettate. Studi condotti su effluenti di impianti di trattamento europei e nordamericani mostrano che una quota significativa delle particelle plastiche più piccole, quelle con dimensioni inferiori ai 10 micron, raggiunge i corpi idrici ricettori praticamente intatta, e da lì entra nella catena alimentare attraverso organismi filtratori, pesci e invertebrati acquatici. È in questo contesto che la ricerca di Susie Dai, ricercatrice presso l’Università del Missouri e investigatrice principale al Bond Life Sciences Center, offre un approccio strutturalmente diverso da quanto elaborato finora.

Il limonene come chiave di affinità chimica

L’intuizione alla base dello studio, pubblicato su Nature Communications nel 2025, è elegante quanto solida dal punto di vista biochimico. Le microplastiche condividono una proprietà fisica fondamentale con molti composti organici apolari: sono idrofobe, cioè tendono a respingere l’acqua. Questa caratteristica dipende dalla composizione chimica dei polimeri plastici più comuni (polietilene, polipropilene, polistirene) la cui struttura molecolare non presenta cariche elettriche significative né gruppi funzionali polari.

Sfruttando questa proprietà, Dai ha modificato geneticamente un ceppo di alghe affinché producesse limonene, un terpene monociclico naturalmente presente negli oli essenziali degli agrumi. Il limonene è anch’esso idrofobo: la sua struttura chimica con un anello cicloesano e una catena laterale isopropenilica lo rende sostanzialmente apolare. Quando le alghe producono limonene, la superficie cellulare cambia le proprie proprietà fisiche, diventando più affine alle sostanze non polari circostanti.

Il risultato pratico è che le microplastiche disperse in acqua si avvicinano preferenzialmente alle alghe modificate, aderendo alla loro superficie per via delle interazioni idrofobiche. Il processo porta alla formazione di aggregati, cluster di alghe e particelle plastiche, che per effetto della massa accresciuta tendono a sedimentare, creando uno strato denso di biomassa sul fondo del reattore. Questo strato è fisicamente separabile dalla fase acquosa e quindi raccoglibile. Il meccanismo non richiede additivi chimici, non genera sottoprodotti tossici e avviene in condizioni acquose normali, senza pressioni o temperature particolari. Dal punto di vista ingegneristico, è una caratteristica di primario interesse.

Efficienza composita: depurazione e cattura simultanee

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la capacità delle alghe modificate di crescere in acque reflue, dove assorbono azoto e fosforo in eccesso durante la fotosintesi. Questa duplice funzione, rimozione di nutrienti e cattura di microplastiche, rappresenta una convergenza operativa che potrebbe cambiare il modo in cui vengono progettati gli stadi finali degli impianti di trattamento.

Le alghe fotosintetizzano utilizzando luce solare o artificiale, anidride carbonica e nutrienti disciolti. In un’acqua reflua tipica, azoto ammoniacale e fosfati sono presenti in concentrazioni che causerebbero eutrofizzazione nei corpi idrici se non venissero rimossi prima dello scarico. I sistemi biologici convenzionali per la rimozione dei nutrienti, nitrificazione, denitrificazione, precipitazione chimica del fosforo, consumano energia e reagenti. Le alghe, in condizioni ottimali di luce e temperatura, rimuovono azoto e fosforo con un consumo energetico netto ridotto, incorporandoli nella propria biomassa.

La biomassa algale raccolta al termine del processo contiene quindi sia i nutrienti assorbiti che le microplastiche adsorbite. È un materiale complesso, ma gestibile come flusso unitario. Dai ha già indicato un obiettivo di lungo periodo: trasformare questa biomassa in bioplastiche, chiudendo idealmente il ciclo dei materiali plastici. La conversione di microplastiche catturate in materiali bioplastici compositi è un campo ancora agli albori, ma tecnicamente coerente con approcci già esplorati nell’ambito della chimica verde.

I bioreattori: dall’esperimento al sistema pilota

Il laboratorio di Dai lavora con bioreattori a vasca, sistemi chiusi in cui le alghe crescono in sospensione acquosa con apporto controllato di luce, CO₂ e nutrienti. Uno dei sistemi attualmente operativi ha una capacità di 100 litri ed è soprannominato affettuosamente “Shrek” dal gruppo di ricerca. Questo reattore viene utilizzato principalmente per il trattamento di gas di combustione industriali, catturando CO₂ prima che venga rilasciata in atmosfera.

La stessa architettura, bioreattore a colonna o a vasca con aerazione e illuminazione controllata, è teoricamente adattabile alla rimozione di microplastiche da acque reflue. Il passaggio da scala di laboratorio a scala pilota, e da lì a scala industriale, implica sfide ingegneristiche non banali: mantenimento della coltura algale in condizioni di sterilità operativa, gestione del mixing idrodinamico per garantire il contatto tra alghe e particelle plastiche, ottimizzazione del rapporto superficie/volume nei bioreattori, raccolta efficiente della biomassa sedimentata.

Nessuno di questi problemi è insormontabile, ma richiedono sviluppo tecnico dedicato. Dai ha dichiarato l’intenzione di scalare il sistema “Shrek” verso versioni di dimensioni maggiori, compatibili con le portate tipiche degli impianti di trattamento municipali. Un impianto di media dimensione europeo tratta volumi nell’ordine di decine di migliaia di metri cubi al giorno: una differenza di almeno due ordini di grandezza rispetto ai sistemi attuali del laboratorio del Missouri.

Biologia sintetica applicata: il contesto della modifica genetica

La scelta di modificare geneticamente le alghe per indurre la produzione di limonene si inserisce in un filone ben consolidato della biologia sintetica. Il limonene è prodotto naturalmente da molte piante attraverso la via del mevalonato o la via del metileritritolo fosfato (MEP), a partire da precursori isoprenoidi come il geranil pirofosfato. Nelle alghe, la via MEP è quella predominante, e diversi gruppi di ricerca hanno già dimostrato la fattibilità dell’espressione eterologa di terpene sintetasi algali o vegetali in organismi fotosintetici unicellulari.

Il ceppo modificato da Dai esprime probabilmente una limonene sintetasi, un enzima che catalizza la ciclizzazione del geranil pirofosfato in limonene, inserita nel genoma algale tramite tecniche di trasformazione standard per microalghe, come l’elettroporazione o il bombardamento con microproiettili. La specificità dell’ingegneria è orientata non alla produzione massiva di limonene come fine a sé, che potrebbe interferire con il metabolismo cellulare, ma alla modifica controllata delle proprietà superficiali della cellula.

Questo approccio richiede un calibraggio preciso: una produzione insufficiente di limonene non modificherebbe in modo significativo l’idrofobicità della superficie cellulare, mentre una produzione eccessiva potrebbe risultare citotossica o compromettere la crescita. I dettagli quantitativi di questa ottimizzazione sono tra i contributi tecnici principali dello studio pubblicato su Nature Communications.

Confronto con le tecnologie esistenti di rimozione delle microplastiche

La ricerca sulle microplastiche nelle acque ha già prodotto diverse soluzioni tecniche, nessuna delle quali è ancora pienamente matura per l’applicazione su larga scala. La coagulazione-flocculazione chimica, che utilizza sali di alluminio o ferro per aggregare le particelle, mostra efficienza variabile a seconda della dimensione e della composizione dei polimeri, e genera fanghi chimici che richiedono gestione specializzata. La filtrazione su membrana (ultrafiltrazione o nanofiltrazione) è efficace ma energeticamente costosa e soggetta a fouling.

I processi di ossidazione avanzata (AOP) come l’ozono o i radicali idrossile possono degradare le molecole polimeriche, ma a costi operativi elevati e con rischi di formazione di sottoprodotti. L’adsorbimento su biochar o materiali nanostrutturati è ancora in fase di ricerca applicata.

Il sistema algale sviluppato a Mizzou offre un profilo di costi potenzialmente interessante perché sfrutta energia solare, assorbimento biologico dei nutrienti e produzione di biomassa utile come fonti di valore, compensando parte del costo operativo. Non è una soluzione universale, funziona meglio in condizioni di luce disponibile, temperature moderate e concentrazioni di microplastiche compatibili con la crescita algale, ma occupa una nicchia applicativa specifica in modo tecnicamente coerente.

Verso il riciclo delle microplastiche: bioplastiche da biomassa composita

L’obiettivo di lungo periodo dichiarato da Dai va oltre la semplice rimozione delle microplastiche. La biomassa algale raccolta, contenente cellule, lipidi, proteine, polisaccaridi e frammenti plastici intrappolati, potrebbe essere processata per separare le frazioni organiche da quella plastica, o utilizzata direttamente come matrice in materiali compositi.

I film plastici compositi a base biologica, in cui la matrice è costituita da biopolimeri algali e la fase dispersa da frammenti plastici, sono stati esplorati in letteratura come approccio all’upcycling di materiali misti. La resistenza meccanica, la permeabilità al vapore acqueo e la biodegradabilità di questi compositi dipendono fortemente dalla composizione e dalla morfologia della biomassa di partenza.

È un campo ancora lontano dall’applicazione industriale, ma l’inserimento di questo obiettivo nel progetto di Dai riflette una consapevolezza importante: la gestione delle microplastiche non può limitarsi alla loro rimozione dagli ambienti acquatici, deve includere un destino per il materiale raccolto che non si traduca in un nuovo problema di smaltimento. Questa logica circolare è coerente con i principi dell’economia circolare applicata ai materiali polimerici, e aggiunge una dimensione strategica a quello che altrimenti sarebbe un problema puramente tecnico di filtrazione.

Limiti attuali e domande aperte

Nessuno studio che introduce una tecnologia in fase preliminare è completo senza un’analisi onesta dei limiti. Il sistema descritto su Nature Communications è stato testato in condizioni di laboratorio controllate, con concentrazioni di microplastiche definite e tipologie di polimeri specifiche. Le acque reflue reali presentano una complessità molto maggiore: miscele di polimeri diversi, microplastiche con morfologie variabili (sfere, fibre, frammenti irregolari), presenza di interferenti chimici come tensioattivi, metalli pesanti e composti organici che possono alterare le proprietà superficiali delle particelle plastiche.

La stabilità genetica del ceppo modificato nel lungo periodo, la possibilità di contaminazione da parte di altri microrganismi in sistemi aperti, e il comportamento del ceppo a temperature e condizioni di pH diverse da quelle ottimali sono tutte variabili che richiedono indagine sistematica prima di qualsiasi trasferimento tecnologico.

Rimane aperta anche la questione della sicurezza degli organismi geneticamente modificati in sistemi aperti o semi-aperti connessi a corpi idrici. Le normative vigenti in Europa e negli Stati Uniti impongono valutazioni di rischio ambientale approfondite per qualsiasi OGM destinato a operare al di fuori di sistemi completamente confinati. Questo non è un ostacolo insuperabile, ma rappresenta un passaggio regolatorio rilevante nel percorso dalla ricerca all’applicazione.

Il significato del risultato nel quadro più ampio della bioremediation

La bioremediation, l’uso di organismi viventi per rimuovere o neutralizzare contaminanti dall’ambiente, ha una storia scientifica consolidata, dagli esperimenti con batteri idrolitici per la degradazione degli idrocarburi alle fitorimediazione dei metalli pesanti con piante iperacccumulatrici. L’applicazione della biologia sintetica a questi sistemi, modificando gli organismi per potenziare o redirigere funzioni naturali verso obiettivi specifici, è la frontiera più recente e più promettente del settore.

Il lavoro di Dai su alghe produttrici di limonene si posiziona in questo filone con una specificità tecnica precisa: non si tratta di degradare le microplastiche biologicamente, operazione ancora difficilissima per i polimeri più stabili come il polietilene, ma di aggregarle fisicamente sfruttando affinità chimica, senza modificarne la struttura molecolare. È una forma di concentrazione e raccolta, non di mineralizzazione.

Questa distinzione è importante perché chiarisce sia i punti di forza sia i limiti intrinseci dell’approccio. Le microplastiche non vengono distrutte: vengono concentrate in un flusso di biomassa gestibile, che poi richiede trattamento. L’efficienza complessiva del sistema dipende quindi non solo dalla capacità di cattura delle alghe, ma dall’intera catena di gestione della biomassa a valle.

Proprio questa complessità sistemica rende il lavoro interessante oltre i confini della biologia: richiede integrazione tra ingegneria chimica, microbiologia applicata, gestione delle acque e scienze dei materiali. È un esempio di come i problemi ambientali più difficili spingano verso soluzioni che attraversano i confini disciplinari tradizionali, e di come la biologia sintetica stia diventando un linguaggio tecnico comune a molti di questi tentativi.

Carolina Valdinosi

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