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Cicatrici radioattive nel deserto, il lascito tossico dei test nucleari francesi in Algeria

Decenni dopo i test atomici francesi, il Sahara algerino porta ancora le cicatrici della contaminazione: un passato dimenticato. 

Nel cuore del Sahara, dove il tempo sembra essersi fermato, si nascondono cicatrici invisibili ma pericolosissime. Qui, tra le dune e il silenzio assoluto, la Francia ha condotto i suoi primi test nucleari, lasciando dietro di sé un’eredità tossica che ancora oggi avvelena terra e persone. A distanza di decenni, l’eco di quelle esplosioni non si è ancora spenta.

Era il 1960 quando la Francia, determinata a entrare nel club delle potenze nucleari, fece detonare la sua prima bomba atomica nel deserto algerino. L’idea era quella di testare il potenziale di queste armi in un’area “isolata”. Peccato che isolata non fosse affatto. Il vento e la sabbia portarono le particelle radioattive ovunque, raggiungendo villaggi, accampamenti e persino basi militari.

I soldati francesi presenti ai test raccontano scene al limite dell’assurdo. Dopo un’esplosione andata storta, persino alcuni ministri furono visti scappare nel panico. Per “decontaminarsi”, i militari si lavarono in docce improvvisate nei campi base, ma nessuno poteva dire con certezza quanto fosse davvero rimasto nel loro corpo. Jean-Claude Hervieux, che lavorò per dieci anni ai test nucleari francesi, chiese i risultati delle sue analisi. Le risposte? Dati confusi, errori nei nomi, referti distrutti perché “contaminati”.

Oggi quei test sono una ferita ancora aperta, soprattutto per chi ha vissuto nelle zone colpite. Molti algerini, ignari del pericolo, hanno continuato a usare materiali radioattivi trovati nei pressi delle vecchie basi, costruendoci utensili, gioielli, perfino giocattoli per i bambini. E mentre il deserto custodisce i resti di quelle esplosioni, le richieste di risarcimento sono state quasi tutte ignorate.

Radiazioni, malattie e siti ancora contaminati

Tra il 1960 e il 1966, 17 bombe nucleari sono esplose nel Sahara algerino, e ancora oggi gli effetti si fanno sentire. La sabbia ha assorbito la radioattività, il vento l’ha portata lontano, l’acqua sotterranea è stata contaminata. Alcuni scienziati che hanno visitato i siti parlano di livelli di radiazione allarmanti, soprattutto nelle rocce fuse dal calore delle detonazioni.

Le conseguenze sulla popolazione locale sono drammatiche. Tumori, malformazioni, problemi respiratori. I numeri variano: si parla di 27.000 a 60.000 persone esposte alle radiazioni. Ma quando si passa ai risarcimenti, la Francia alza un muro. Dal 2010 esiste una legge che riconosce i danni causati dai test, ma i criteri sono così rigidi che solo un algerino è stato risarcito finora. La maggior parte delle richieste viene respinta perché mancano prove certe dell’esposizione. Peccato che molti documenti siano segreti o siano andati persi.

Siti dove furono effettuati i test nucleari (BBC foto) – www.energycue.it

Silenzio francese e una giustizia che non arriva

Oggi, Parigi evita di affrontare l’argomento. Macron, in un recente discorso sulla politica nucleare, non ha fatto il minimo cenno alla questione. Le autorità francesi si difendono dicendo che possono valutare solo le richieste ricevute, ma senza un aiuto concreto per raccogliere le prove, gli algerini colpiti da queste radiazioni restano senza voce e senza giustizia.

Nel frattempo, le zone contaminate sono ancora facilmente accessibili. I materiali radioattivi abbandonati vengono raccolti e riutilizzati, perché chi vive lì spesso non sa nulla del pericolo. Il Sahara algerino è ancora un laboratorio a cielo aperto della follia nucleare francese, e senza interventi seri, il suo veleno continuerà a diffondersi.

Furio Lucchesi

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