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Le foreste non tengono il passo del clima: servono interventi umani per salvarle

Le foreste non riescono più ad adattarsi ai cambiamenti climatici: una ricerca suggerisce la necessità di interventi umani

La storia millenaria dei boschi è un racconto di trasformazioni graduali, un ciclo continuo che segue il respiro stesso della Terra, fragile e potente in egual misura.

Le foreste crescono e si ritirano, adattandosi lentamente alle mutazioni del clima, portando con sé un tesoro di biodiversità; un equilibrio delicato e una memoria antica. Oggi, però, questo ritmo naturale è diventato frenetico, soffocato da una velocità senza precedenti.

I cambiamenti climatici, così rapidi e violenti, impongono un tempo che le foreste non riescono più a sostenere. Il loro corso naturale, che si sviluppa in secoli, è diventato improvvisamente inadeguato.

Un recente studio dell’Università di Syracuse, pubblicato sulla rivista “Science” e riportato da ANSA, ha rivelato che le foreste possono reagire ai cambiamenti climatici, ma i tempi di reazione sono troppo lunghi: la migrazione e la riorganizzazione delle loro comunità possono richiedere da 100 a 200 anni. Un lasso di tempo incompatibile con l’attuale riscaldamento globale, che avanza inesorabile nel giro di pochi decenni.

Scongiurare il declino

Lo studio, guidato da David Fastovich, ha utilizzato un metodo innovativo basato sull’analisi dei pollini trovati nei sedimenti lacustri, ottenendo informazioni sullo spostamento delle foreste negli ultimi 600. 000 anni. Questa prospettiva temporale senza precedenti ha permesso di studiare il comportamento delle foreste in risposta alle variazioni climatiche naturali; i risultati mostrano chiaramente come la velocità dei cambiamenti attuali sia sproporzionata rispetto al passato. Di fronte a questa situazione, i ricercatori suggeriscono un approccio pratico: la migrazione assistita. 

Questo intervento umano mirato consiste nel trapiantare specie vegetali tipiche dei climi caldi in aree più fresche; un’azione volta a compensare il ritardo biologico degli ecosistemi, accelerando il movimento naturale delle specie forestali. Questa strategia potrebbe fungere da “ponte ecologico”, aiutando le foreste a superare il punto critico del cambiamento. Tuttavia, la migrazione assistita presenta anche dei rischi: richiede un’attenta analisi dei territori, un equilibrio tra conservazione e innovazione, e una gestione ecologica basata su principi etici e responsabili. Ma, come sottolineano Fastovich e i suoi colleghi (oltre che dalla fonte), l’alternativa è l’immobilismo, che porterebbe alla lenta scomparsa di interi biomi.

Obiettivi condivisi (depositphotos.com) – www.energycue.it

Riflessioni sul caso

La crisi climatica impone quindi una profonda revisione delle strategie di conservazione, sulla base di quanto evidenziato: come evidenziano anche gli esperti, le foreste non devono più essere considerate semplici risorse fisse da proteggere, ma organismi in continua evoluzione che necessitano di lungimiranza e capacità di adattamento. L’intervento umano, spesso visto come una minaccia, potrebbe quindi diventare — se ben ponderato — un alleato indispensabile.

Gli stessi obiettivi sono riconosciuti e condivisi dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con un focus particolare sulle aree boschive e montagnose. In sintesi, il futuro delle foreste dipende ora dalla nostra capacità di agire in modo proattivo, di cogliere i segnali deboli della natura prima che diventino irreversibili. Si tratta di un patto da rinnovare, che unisca la saggezza del bosco con l’urgenza dei nostri tempi.

Serena Mancusi

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