Non è ancora una misura ufficiale, ma il termine lockdown energetico ha cominciato a circolare con crescente insistenza nelle cancellerie europee. A dargli corpo è stato il commissario europeo all’energia Dan Jørgensen, che ha esortato gli Stati membri a prepararsi tempestivamente a uno scenario più critico. Il messaggio è insomma che l’Europa potrebbe trovarsi costretta a razionare energia, gas e carburanti, e l’Italia non farebbe certo eccezione.
Il concetto richiama direttamente un altro lockdown, quello del 2020, ma con una differenza non da poco: invece di limitare le persone, si limiterebbero le attività, i consumi e i servizi energetici. In altre parole, non una chiusura delle città, ma un suo spegnimento, parziale e selettivo.
In uno scenario di razionamento, le prime misure riguarderebbero i consumi domestici: limitazioni al riscaldamento, riduzione dell’illuminazione pubblica, tetti ai consumi per fasce orarie. A seguire, si interverrebbe sul tessuto produttivo, cercando di preservare le industrie strategiche e rallentando o fermando quelle considerate non essenziali. Mobilità e trasporti sarebbero un altro fronte caldo, con possibili restrizioni alla circolazione privata e incentivi al trasporto collettivo.
Le misure già suggerite dalla Commissione europea puntano soprattutto sui carburanti: ridurre l’uso di diesel e combustibili per l’aviazione, incentivare lo smart working, scoraggiare i voli dove esistano alternative, valutare limiti di velocità più bassi sulle autostrade. Non è escluso che possano essere assunte iniziative anche per i servizi non essenziali, come quelli legati all’intrattenimento, con conseguente spostamento delle attività sul fronte digitale, dove peraltro soluzioni come Aviator di Spribe sono già disponibili come alternative meno energivore. Insomma, provvedimenti che, da soli, non basterebbero a risolvere una crisi strutturale, ma che segnalano la direzione.
Per capire davvero di cosa si parla, vale la pena guardare un po’ indietro nel tempo, ad un 1973 che oggi ci appare lontano. In seguito alla guerra del Kippur, i Paesi arabi produttori di petrolio tagliarono le esportazioni verso l’Occidente, provocando un’impennata dei prezzi e una scarsità energetica senza precedenti nel dopoguerra. L’Italia rispose con misure drastiche: divieto di circolazione delle auto la domenica, riduzione dell’illuminazione pubblica, limiti al riscaldamento degli edifici. Le famose domeniche a piedi diventarono un simbolo di quell’austerità forzata.
Cinquant’anni dopo, il contesto è evidentemente molto diverso. Le fonti energetiche sono più diversificate, le rinnovabili coprono quote crescenti del fabbisogno, e l’economia è strutturalmente più resiliente. Ma i consumi sono anche enormemente aumentati: internet, intelligenza artificiale, domotica, condizionatori d’aria, smartphone: tutto ciò che nel 1973 non esisteva oggi assorbe energia in modo continuativo. Un razionamento oggi sarebbe, per certi versi, più difficile da gestire proprio perché la dipendenza energetica è più capillare.
Secondo uno studio Istat del 2025 (ma relativo ai dati del 2023), le imprese più energivore d’Italia sono, nell’ordine: le attività metallurgiche e le acciaierie, la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, la lavorazione di minerali non metalliferi, e le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco. Si tratta dei settori senza i quali l’economia nazionale si ferma e che quindi, in caso di razionamento, verrebbero probabilmente tutelati rispetto ad altri comparti.
Accanto a queste industrie, resterebbero garantiti i servizi pubblici essenziali: gli ospedali, difesa, illuminazione stradale, trasporti di base. Il razionamento, insomma, non colpirebbe tutti allo stesso modo: ci sarebbero categorie protette e categorie esposte, con tutto ciò che questo comporta in termini di equità sociale ed economica.
L’Europa non è evidentemente sola in questo scenario. Alcuni Paesi hanno già adottato misure concrete: il Bangladesh ha chiuso le università e introdotto blackout programmati; il Myanmar ha imposto la circolazione a targhe alterne e razionato il carburante; la Slovenia ha fissato limiti diretti all’acquisto di combustibile. Altri hanno preferito agire sulle abitudini quotidiane: la Thailandia ha ridotto l’uso dell’aria condizionata negli uffici pubblici, il Vietnam ha incentivato l’uso di bici e mezzi pubblici, l’Egitto ha anticipato gli orari di chiusura degli esercizi commerciali. C’è poi chi ha scelto la via degli incentivi positivi: l’Australia ha reso gratuiti i trasporti pubblici, le Filippine ha ridotto la settimana lavorativa e introdotto sussidi ai trasporti.
Modelli diversi, ma con un denominatore comune: la consapevolezza che la transizione energetica non è certo una mera questione di lungo periodo ma può diventare in certi scenari un’urgenza immediata. E prepararsi al meglio, come ha suggerito il commissario Jørgensen, diventa una strada consapevole e prudente.
Una colonna di fumo nero alta fino a 800 metri, visibile da gran parte della…
Nel design degli impianti di generazione rinnovabile, l'integrazione tra fonte primaria e sistema di accumulo…
Ricercatori dell'Università del Missouri hanno sviluppato un ceppo di alghe geneticamente modificate capaci di catturare…
Ricostruzione dettagliata del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986: difetti del reattore RBMK,…
Uno studio dell'Università di Manchester pubblicato sul Journal of Advances in Modeling Earth Systems ha…
Ci sono particelle di plastica nelle acque dell'Artico, nel cibo che mangiamo, nell'aria che respiriamo…