Siccità in Europa 2026: fiumi in secca e centrali ferme

Siccità in Europa 2026: Po sotto il record 2022, Danubio ai minimi, nucleare fermo in Ungheria e Francia.

09 agosto 2026 16:57
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Lunedì 3 agosto, davanti alla centrale nucleare di Cernavoda, nel sud della Romania, dal letto del Danubio si è alzato un getto d'acqua alto decine di metri. Era un'esplosione programmata, decisa per smuovere un affioramento roccioso e far arrivare più acqua ai sistemi di raffreddamento dell'impianto, messi a dura prova dalla siccità. Un intervento di questo tipo dice molto sul punto in cui è arrivata l'estate europea: per tenere in funzione un reattore si è scelto di modificare fisicamente il fondo del secondo fiume più lungo del continente.

La siccità in Europa del 2026 ha smesso da settimane di essere una questione agricola. È diventata un vincolo di esercizio per il sistema elettrico, e riguarda contemporaneamente idroelettrico, nucleare e trasporto delle materie prime energetiche.

Una crisi idrica che si legge nei dati satellitari

La fotografia più netta arriva dal programma europeo di osservazione della Terra. Le immagini Copernicus Sentinel 2 acquisite tra l'1 e il 3 agosto 2026, riprese dall'ANSA, mostrano livelli idrici eccezionalmente bassi lungo tratti di quattro dei maggiori fiumi europei: il Po vicino a Cremona, la Loira all'altezza di Saumur, il Reno nei pressi di Boppard e il Danubio. Il centro europeo segnala che la situazione del Po sta esercitando una pressione crescente su irrigazione, produzione idroelettrica e disponibilità di acqua dolce.

Il quadro non riguarda solo il continente. Il 29 luglio l'Environment Agency britannica ha portato in stato di siccità sette aree dell'Inghilterra, tra cui l'intera Londra, l'East Anglia, la Thames Valley, l'Hampshire, il Wessex, le West Midlands e la penisola di Devon e Cornovaglia. Helen Wakeham, che presiede il National Drought Group e dirige la divisione acqua dell'agenzia, ha parlato di una seconda estate consecutiva di siccità e di una situazione eccezionalmente grave, con effetti duraturi su ambiente, fauna ed economia. La stessa agenzia aveva avvertito nelle settimane precedenti del rischio di una flash drought, la siccità improvvisa prodotta dalla combinazione fra piogge quasi nulle e temperature elevate.

I parchi londinesi ingialliti che hanno circolato in queste settimane sono l'effetto visibile di quel provvedimento. Dietro l'immagine c'è una macchina di razionamento: nei rapporti settimanali dell'agenzia, già tra il 17 e il 23 luglio risultavano 1.353 restrizioni alle licenze di prelievo dovute alle basse portate dei corsi d'acqua. Nel Regno Unito il divieto di usare le manichette è la misura più citata, e nel caso di Londra ha investito anche la gestione del verde pubblico, con i comuni costretti a irrigare gli alberi giovani con autobotti e acqua di recupero.

Il Po sotto il record del 2022 e la centrale che si è fermata

Siccità fiumi Europa
European Union, Copernicus Sentinel-2 imagery

In Italia il punto critico è il bacino padano, che è anche il cuore della capacità idroelettrica nazionale. Secondo i dati dell'Osservatorio sugli utilizzi idrici dell'area del Po ripresi dal Post, a Cremona il fiume ha una portata di 193 metri cubi al secondo contro una media di 602, e la scarsità riguarda anche i laghi prealpini che lo alimentano, in particolare il Lago Maggiore. I livelli hanno superato il record negativo della siccità del 2022, e la centrale idroelettrica di Isola Serafini, pochi chilometri a sudovest di Cremona, ha sospeso la produzione dopo essere già stata spenta a inizio luglio e poi riattivata.

Quel doppio arresto è il dettaglio più interessante per chi guarda al sistema elettrico. Un impianto ad acqua fluente non ha un serbatoio a monte che gli consenta di aspettare e segue la portata del fiume quasi in tempo reale. Quando la portata scende sotto una soglia tecnica, l'unica opzione è fermarsi, e la produzione persa non si recupera.

Il 7 agosto quel tratto di fiume è finito nel dibattito politico. Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e portavoce di Europa Verde, ha piantato un ombrellone e una sdraio sul letto asciutto del Po a Torricella, nel comune di Sissa Trecasali in provincia di Parma. Nel video ha collegato la secca del fiume alla perdita di biodiversità, al calo dei raccolti e all'aumento dei prezzi alimentari, aggiungendo che in Italia si perdono 107.000 litri di acqua potabile al secondo per lo stato delle reti.

Quella cifra regge il confronto con la statistica ufficiale: secondo l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, che elabora i dati del Censimento delle acque per uso civile dell'Istat, nel 2022 su circa 8 miliardi di metri cubi immessi nelle reti comunali ne sono stati erogati 4,6 miliardi, con una perdita di 3,4 miliardi di metri cubi, sufficienti a coprire il fabbisogno di circa 43,4 milioni di persone.

Quanto è calato l'idroelettrico italiano

I numeri di Terna raccontano una stagione in contrazione da mesi. Già a maggio il gestore aveva rilevato una diminuzione della generazione idroelettrica rinnovabile del 38,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2025, con i primi cinque mesi complessivamente sotto del 19,3 per cento, dopo un 2025 chiuso a sua volta con un calo del 21,2 per cento rispetto all'anno record 2024. A giugno l'idroelettrico ha prodotto 3.827 GWh contro i 5.019 GWh dello stesso mese dell'anno precedente.

Il problema è che il calo dell'offerta idrica incrocia una domanda in crescita. Sempre secondo il report mensile di Terna, la richiesta elettrica di giugno è stata di 28.034 GWh, il valore di giugno più alto degli ultimi dieci anni, con circa 964 GWh attribuibili al fabbisogno di raffrescamento. Il caldo agisce quindi su due fronti opposti: prosciuga i bacini e alza i consumi.

Le cause vengono da lontano, non dalle ultime settimane. Come ha spiegato al Sole 24 Ore Francesco Avanzi, ricercatore della Fondazione Cima, tra marzo e maggio le riduzioni di piovosità nel Nord Italia sono state comprese tra il 30 e il 50 per cento, nell'area dove si concentra la maggior parte degli impianti. Il 2 luglio l'assessore lombardo alla risorsa idrica Massimo Sertori ha comunicato un deficit del 36 per cento tra laghi, invasi ed equivalente idrico nivale rispetto alla media, valore comunque migliore del meno 61 per cento registrato nello stesso periodo del 2022. Sulle prospettive Assoidroelettrica è stata esplicita: il direttore generale Paolo Taglioli ha previsto un luglio peggiore di giugno e un agosto peggiore di luglio.

Il Danubio, il nucleare ungherese e i relitti riemersi

Sul Danubio la crisi ha prodotto il precedente più significativo dell'estate. L'Ungheria ha dovuto spegnere Paks, la sua unica centrale nucleare, un impianto da circa 2000 MW che secondo l'operatore MVM Paksi Atomerőmű copre quasi metà della produzione elettrica nazionale. Il comunicato aziendale del 30 luglio chiarisce un punto sfuggito a quasi tutta la cronaca: l'acqua del Danubio basterebbe ancora a raffreddare i condensatori, ma le bocche di aspirazione delle pompe si trovano più in alto del livello raggiunto dal fiume e non riescono più a svolgere la loro funzione.

Nello stesso documento MVM indica un livello inferiore di 28 centimetri al record del 2018, valore a sua volta oltre un metro sotto il minimo centennale assunto in fase di progettazione, e descrive l'installazione di pompe mobili Pajtás in collaborazione con la Direzione generale nazionale per le acque per mantenere raffreddati i blocchi fermi, mentre proseguono i lavori per abbassare le condotte di presa. Il primo ministro Péter Magyar ha parlato di un evento senza precedenti nei 44 anni di attività dell'impianto. Il governo ha raccomandato a cittadini e imprese di limitare i consumi, in particolare nella fascia serale fra le 17 e le 22, e ha preparato un piano di emergenza per il razionamento elettrico.

La misura dell'anomalia è idrometrica. Come già detto, a Budapest il Danubio è sceso a una profondità minima di 28 centimetri, dieci in meno del precedente record del 2018. All'idrometro di Pfelling, in Germania, la misurazione stagionale ha segnato 222 centimetri, con il blocco di gran parte del traffico commerciale su chiatta. Nel tratto romeno la portata è scesa ai valori più bassi degli ultimi trent'anni, tanto che il primo ministro Ilie Bolojan, citato da Tgcom24, ha annunciato per tutto agosto un calo sensibile della produzione di energia elettrica.

La secca ha restituito anche ciò che il fiume teneva coperto. Nel tratto che separa Serbia e Romania, all'altezza di Prahovo, sono riaffiorate circa venti navi della flotta tedesca affondate deliberatamente nel 1944 durante la ritirata, ancora cariche di esplosivi e munizioni, mentre altri relitti sono emersi in Ungheria e in Croazia.

A Ryahovo, nel nordest della Bulgaria, alcuni frammenti ossei sono stati consegnati a un museo di storia locale e per il direttore Nikolay Nenov appartengono con buona probabilità a un mammut lanoso, in un'area così circoscritta da far pensare a un unico animale. Un altro effetto meno fotografato riguarda la navigazione passeggeri: una nave da crociera si è incagliata vicino al porto di Vidin, in Bulgaria, e i suoi quasi 200 passeggeri sono stati evacuati dopo aver esaurito le scorte di acqua e cibo.

Il conto energetico nei Balcani e nell'Europa centrale

Attorno al Danubio la sequenza di riduzioni si è allargata rapidamente. Nuclearelectrica ha fermato l'Unità 1 di Cernavoda il 28 luglio e il giorno successivo ha annunciato lo spegnimento controllato anche dell'Unità 2, portando per la prima volta l'intera centrale fuori dal Sistema Energetico Nazionale romeno: i due reattori valgono circa 1.400 MW, intorno al 20 per cento della produzione elettrica del paese.

Dopo l'intervento di emergenza sulla biforcazione fra il braccio Bala e il Danubio Vecchio, finanziato dal governo con 7 milioni di lei per convogliare più acqua verso l'impianto, l'Unità 2 è tornata a potenza nominale. Il Ministero dell'Energia ha comunque trasmesso alla Commissione europea un messaggio di allerta precoce valido almeno fino al 15 agosto, sulla base delle previsioni dell'Istituto nazionale di idrologia e gestione delle acque che per agosto indicano una portata minima di 1.400 metri cubi al secondo.

In Bulgaria il quadro è meno compromesso di quanto lasciassero intendere i primi resoconti. Il Ministero dell'Energia e il direttore esecutivo Ivan Andreev hanno confermato il 4 agosto che le due unità di Kozloduy funzionano secondo programma, con interventi tecnici sulle pompe della stazione di presa a riva, mentre la ministra Iva Petrova ha chiesto alla Serbia rilasci dal complesso idroelettrico di Djerdap per tenere il livello del fiume sopra le soglie di esercizio a valle della centrale.

In Slovenia, invece, NEK ha ridotto all'80 per cento la potenza del reattore di Krsko nella notte fra il 5 e il 6 agosto, scendendo da circa 678 a 523 MW. Il vincolo è il consenso ambientale, che impone una temperatura media giornaliera della Sava non superiore a 28 gradi nel punto di completo miscelamento a valle della centrale idroelettrica di Brezice e un incremento medio non superiore a 3 gradi: era la prima volta dal 2003, quando la riduzione durò oltre novanta giorni. Il governo sloveno ha dichiarato per il periodo fra il 6 e il 12 agosto un livello di rischio ridotto nell'approvvigionamento energetico e ha imposto all'impianto di restare in servizio almeno a regime minimo, perché secondo le analisi del gestore Eles un arresto completo farebbe salire eccessivamente la tensione sulla rete a 400 kV. In Serbia il governo ha tagliato drasticamente la produzione idroelettrica, con Djerdap I e II scesi al 20 per cento della capacità.

Anche l'arco alpino, che di solito compensa, è in difficoltà. Michael Strugl, amministratore delegato del gruppo austriaco Verbund, ha riassunto la situazione in una frase riportata da Euronews: manca un terzo del volume d'acqua che gli impianti tratterebbero normalmente. L'analista di idrologia di Montel Eylert prevede che i paesi alpini debbano attendere settembre prima di vedere i primi segnali di miglioramento, e paesi come Portogallo e Austria, molto dipendenti dall'idroelettrico, rischiano di tornare a un maggiore ricorso ai combustibili fossili.

Perché una centrale nucleare si ferma per un fiume basso

Il caso francese chiarisce la meccanica del problema meglio di qualsiasi schema. Secondo franceinfo, che cita EDF, il 3 agosto erano fermi i due reattori di Chooz nelle Ardenne e uno di Cattenom in Mosella per il calo della portata di Mosa e Mosella, mentre altri quattro reattori a Bugey, Tricastin e Saint Alban avevano ridotto la potenza.

Nel dettaglio, il reattore 2 di Chooz era fermo dall'11 luglio e il reattore 1 è stato disaccoppiato dalla rete il 1 agosto alle 23:05, in applicazione dell'accordo franco belga dell'8 settembre 1998 sulla gestione delle acque della Mosa. A Cattenom l'arresto preventivo della prima unità, deciso per il calo della portata della Mosella, ha lasciato in produzione soltanto il reattore 3, poiché le unità 2 e 4 erano già ferme per manutenzione programmata.

EDF ha spiegato di aver deciso per garantire una portata sufficiente ai diversi utenti del fiume, in Francia come in Belgio. La Francia dispone di 57 reattori, che assicurano circa il 70 per cento della produzione elettrica nazionale.

Il vincolo raramente è la quantità d'acqua in senso assoluto. A limitare l'esercizio sono le norme ambientali su prelievi, scarichi e riscaldamento dei corsi d'acqua. Un reattore in circuito aperto preleva grandi volumi e li restituisce a temperatura più alta: se la portata è già scarsa e l'acqua è già calda, quel delta termico sfonda le soglie regolamentari e mette in difficoltà pesci, crostacei e invertebrati.

In Francia il quadro normativo prevede la possibilità di deroghe ai limiti di scarico termico, autorizzate dall'Autorità di sicurezza nucleare e dal ministero, e nel 2022 furono decise per gli impianti di Blaye, Bugey, Golfech e Saint Alban. La deroga tiene in piedi la produzione e sposta il costo sull'ecosistema, che è esattamente il tipo di scelta che una rete sotto stress climatico si trova a compiere sempre più spesso.

Per ora il sistema europeo ha tenuto grazie alla flessibilità degli scambi transfrontalieri. Un portavoce della Commissione europea ha definito la situazione complicata escludendo però una minaccia immediata alla sicurezza delle forniture, grazie alle esportazioni da altri paesi europei, e la Francia continua a esportare pur avendo spento e rallentato diversi reattori.

Un fattore in più: l'eclissi del 12 agosto

C'è un elemento che rende questa settimana particolare per gli operatori di rete. L'eclissi totale di Sole del 12 agosto interesserà buona parte della Spagna e sarà parzialmente visibile in Italia, e secondo il gestore francese RTE potrebbe sottrarre alla produzione fotovoltaica europea fino a 9,7 gigawatt per alcune ore, l'equivalente del consumo di 10 milioni di case. Poiché altre fonti sono già in difficoltà, i principali operatori energetici europei si sono riuniti nei giorni scorsi per definire come compensare quel calo simultaneo.

Un evento astronomico prevedibile al secondo diventa così un banco di prova: quanta riserva rimane, quando l'idroelettrico è al minimo, parte del nucleare fluviale è a potenza ridotta e la domanda di raffrescamento resta alta.

Cosa dice questa estate sulla progettazione del sistema elettrico

La rilevanza strutturale di quanto sta accadendo si vede nei pesi statistici. Eurostat indica che nel primo trimestre 2026 il 45,5 per cento dell'elettricità prodotta nell'Unione europea è arrivato da fonti rinnovabili, in aumento dal 42,7 per cento dello stesso trimestre 2025, e dentro quel paniere l'idroelettrico è la seconda fonte con il 28 per cento, dietro l'eolico al 44,9 per cento e davanti al solare al 17,3 per cento. Una quota di questo peso, la cui disponibilità dipende dalle precipitazioni e dal manto nevoso, introduce nel sistema una variabilità che nessun contratto di fornitura può cancellare.

Il secondo insegnamento riguarda la contemporaneità dei guasti. A fine luglio il sistema tedesco di controllo dei fiumi registrava livelli estremamente bassi nel 44 per cento delle stazioni del Reno e nel 78 per cento di quelle del Danubio, e a Kaub, vicino a Coblenza, la profondità navigabile del Reno è scesa a 25 centimetri, valore simile alla crisi del 2018. In alcuni tratti le navi viaggiano a un quinto della capacità normale, con effetti sulla consegna di cereali, minerali, carburanti e prodotti chimici. La stessa anomalia climatica riduce quindi la generazione, aumenta la domanda e rallenta la logistica dei combustibili che dovrebbero coprire il vuoto.

Il terzo punto è la manutenzione delle reti idriche, che nel caso italiano è una voce energetica oltre che ambientale. Secondo l'elaborazione dell'ufficio studi della Cgia di Mestre sui dati Istat, il 42 per cento dell'acqua potabile immessa in rete viene dispersa, il prelievo idrico italiano è il più alto d'Europa con 36,5 miliardi di metri cubi nel 2023, e il 10 per cento dei prelievi è destinato alla produzione di energia elettrica. Ogni metro cubo perso è anche energia spesa per captarlo, sollevarlo e potabilizzarlo.

Sul lato adattamento le opzioni tecniche esistono e sono note: torri di raffreddamento a circuito chiuso o ibrido al posto del circuito aperto, siting costiero per i nuovi impianti termici, pompaggi che spostano energia nel tempo invece di produrne di nuova, interconnessioni che consentano di importare quando il bacino locale è vuoto, invasi di piccola e media taglia che trattengano le piogge intense invece di lasciarle scorrere a valle in poche ore.

Resta un chiarimento utile a leggere le cifre che circolano in queste settimane. Secondo i dati del ministero della Transizione ecologica francese pubblicati a luglio 2026, quasi metà dell'acqua dolce prelevata in Francia serve a raffreddare i reattori, ma EDF indica che il 97 per cento di quella risorsa viene restituito ai corsi d'acqua vicini, e il settore energetico nel suo complesso è il terzo consumatore di acqua dolce del paese con il 12 per cento, dietro l'agricoltura al 58 e l'acqua potabile al 26. Una centrale, quindi, prende molta acqua e ne consuma poca. Quando si ferma non è perché il fiume sia stato bevuto, ma perché quell'acqua tornerebbe indietro troppo calda: il collo di bottiglia della generazione elettrica europea, nell'estate 2026, si misura in gradi prima che in metri cubi.

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