Biscotti dal PET riciclato: per ora solo un prototipo che nessuno ha assaggiato

I µBites della Southern Illinois University sono un prototipo presentato a un convegno. Cosa è dimostrato e cosa resta da verificare.

05 ottobre 2026 13:00
Biscotti dal PET riciclato: per ora solo un prototipo che nessuno ha assaggiato - Rusty Bailey/SIUC Media & Communication Resources
Rusty Bailey/SIUC Media & Communication Resources
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Da settimane circolano titoli sui biscotti fatti con la plastica riciclata. Il prototipo esiste e si chiama µBites (si legge «microbites»), ma i dati su cui si regge sono stati presentati a un convegno e non risultano pubblicati su una rivista scientifica con revisione dei pari.

A presentarlo è stato il gruppo di Lahiru Jayakody, professore associato alla Southern Illinois University Carbondale, il 24 agosto al meeting autunnale dell'American Chemical Society a Chicago. Nessuno ha ancora mangiato un biscotto, e l'assaggio resta fermo in attesa di un'approvazione istituzionale.

Cosa hanno presentato a Chicago

Il punto di partenza è un trattamento chiamato dissoluzione idrotermale ossidativa, sviluppato dal geologo Ken Anderson nella stessa università. Usa acqua e ossigeno ad alta temperatura e pressione per spezzare materiali resistenti in molecole piccole, che i microrganismi riescono a metabolizzare. Il gruppo lo ha applicato al polietilene tereftalato (PET, la plastica delle bottiglie) e a scarti agricoli come steli e foglie di mais, ottenendo un liquido ricco di carbonio.

Quel liquido alimenta lieviti geneticamente modificati, tra cui il lievito di birra e di pane (Saccharomyces cerevisiae), programmati per produrre proteine, grassi, vitamine, aromi e coloranti. Un ceppo produce vanillina, un altro beta-carotene. Gli ingredienti finiscono in un impasto che una stampante 3D deposita a strati e che viene cotto a microonde. Jayakody ha dichiarato a ScienceAlert una conversione di oltre il 50% del carbonio di partenza in prodotti alimentari, in uno o due giorni, con circa il 10% perso come gas o non convertito.

Il lavoro è partito da una sfida della NASA sul cibo per le missioni spaziali di lunga durata, la Deep Space Food Challenge. Amido, fibre e dolcificante, riferisce il comunicato dell'American Chemical Society, vengono per ora aggiunti a parte, e il gruppo vuole ottenere con i microbi anche questi ingredienti.

Dove il racconto supera i dati

La formula «biscotto di plastica» comprime tre passaggi in uno. Il PET viene demolito in composti del carbonio, i lieviti li trasformano in biomassa e ingredienti, e la parte che si mangia è quella biologica, a cui si aggiungono amido, fibre e dolcificante. Il gruppo afferma che nel prodotto finale non restano particelle di plastica. Resta una dichiarazione degli autori, senza verifica indipendente.

Sulla sicurezza, Jayakody sostiene che le analisi condotte in laboratorio e in laboratori terzi accreditati abbiano escluso sostanze tossiche, metalli pesanti, allergeni e patogeni alimentari. Sono in corso simulazioni della digestione, in preparazione di test sull'uomo. Finora i test sensoriali hanno riguardato odore e consistenza al tatto. I dati di queste analisi non sono stati resi pubblici, quindi nessun gruppo esterno può controllarli o ripeterli.

Il chimico Jason Hallett dell'Imperial College London, estraneo al lavoro, ha detto a Smithsonian Magazine di non ritenere che il biscotto avrà applicazioni pratiche, in particolare contro l'inquinamento da plastica. Jayakody indica come possibili usi sottomarini, mezzi di soccorso e aree estreme, con un consumo pubblico stimato entro pochi anni. Secondo il gruppo, il funzionamento in microgravità, necessario per lo spazio, resta un problema aperto.

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