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I produttori del Sud globale guidano la transizione verde mentre i brand rallentano

Produttori del Sud globale dediti alla sostenibilità, mentre i grandi brand diminuiscono i loro impegni per il clima; insights e numeri.

Negli ultimi tempi, il settore della moda e del lusso ha basato gran parte della sua reputazione sull’impegno per la sostenibilità. Tuttavia, mentre i grandi marchi stanno rallentando le loro politiche ambientali, i veri attori della transizione ecologica sono sempre più i produttori situati nel Sud del mondo.

Un’analisi di Vogue Business mostra che molti marchi hanno ridotto le loro ambizioni per il clima, abbassando gli obiettivi e i progetti inizialmente esaltati. Al contrario, diversi produttori in nazioni come Bangladesh, Vietnam e India stanno adottando misure concrete, come l’installazione di pannelli solari sui tetti delle loro fabbriche, sistemi per il riutilizzo delle acque, coloranti eco-compatibili e iniziative per migliorare l’efficienza energetica.

Secondo Vogue, un punto chiave è la differenza di metodo: mentre i marchi di lusso si concentrano su campagne promozionali, i fornitori devono investire in infrastrutture e procedure, dato che la loro stessa esistenza dipende da questi aspetti.  Un quadro simile è riportato da Yale Insights, che osserva le medesime circostanze.

Le principali ragioni includono incertezze economiche, i costi di transizione iniziali e le pressioni degli azionisti, che sono orientati al profitto immediato. Tuttavia, mentre i marchi importanti esitano, i fornitori nei paesi emergenti continuano a investire in tecnologie sostenibili, motivati dalla necessità di mantenere i contratti e attrarre clienti interessati a filiere ecologiche.

Prospettive in numero

Le emissioni legate alla moda sono prevalentemente concentrate all’inizio della catena di produzione: secondo il rapporto “Fashion on Climate” della Global Fashion Agenda, circa il 70% delle emissioni deriva dalle fasi di creazione dei materiali e dai processi iniziali. Per quanto riguarda l’acqua, il World Resources Institute ha evidenziato che circa il 20% dell’inquinamento idrico industriale globale è attribuibile alla produzione tessile.

Riguardo agli impegni climatici, il Science Based Targets initiative Monitoring Report ha segnalato che, a fine 2023, c’erano 4. 205 aziende con obiettivi validati (un aumento del 102% rispetto all’anno precedente, includendo la pandemia), mentre l’Apparel Impact Institute ad aprile 2024 aveva registrato oltre 500 aziende del settore abbigliamento, calzature e tessuti con obiettivi approvati o in fase di definizione.

Si ribaltano le carte (canva.com) – www.energycue.it

Nuove priorità

Tuttavia, i miglioramenti restano disparati: come riportato dal Financial Times, più di un quarto dei 52 membri del Fashion Pact non avrebbe ancora stabilito gli obiettivi climatici di base previsti entro cinque anni dal lancio; la coalizione ha fissato la scadenza per l’impegno entro la fine del 2025 per colmare il divario. Positivamente, il Fashion Pact ha avviato un Collective Virtual Power Purchase Agreement volto ad aggiungere circa 160. 000 MWh/anno di energia rinnovabile alla rete europea, supportando le operazioni dei membri.

Guardando al futuro, la distanza tra le fabbriche e i marchi potrebbe alterare le dinamiche di potere nel valore della catena, con i produttori del Sud globale che acquistano sempre più centralità non solo a livello industriale, ma anche etico: là dove si investe realmente, si determina il percorso climatico dell’intero settore.

Serena Mancusi

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