Rinnovabili

Industria dell’eolico: il problema del riciclo delle pale

L’industria dell’eolico è più antica di quanto si possa pensare. Era il 1888 quando fu messa in funzione la prima turbina eolica. Produceva circa 12 kW, aveva un diametro rotore di circa 17 m ed è stata progettata ed installata in Ohio, Stati Uniti. Al momento la turbina eolica più grande ed efficiente al mondo produce ben 12 MW (1000 volte in più!) e ha un diametro rotore di 220 m circa.

Industria dell’eolico ed economia circolare

Alcune parti delle turbine eoliche sono completamente (o quasi) riciclabili. Parliamo delle fondamenta, la torre, il generatore e il moltiplicatore di giri. Così come tutti i componenti all’interno della navicella (o navetta). Tuttavia c’è un componente della tecnologia che potrebbe far ricadere l’industria eolica non tra le più sostenibili. Si tratta delle pale.

Esse sono, infatti, caratterizzate da resine di poliestere, fibre di vetro o di carbonio… in ogni caso da materiali compositi molto difficili da separare, e quindi quasi impossibili da riciclare.

Secondo la WindEurope, le turbine eoliche – al momento – hanno una riciclabilità tra l’85% e il 90% in peso. La Bundesverband WindEnergie (BWE, ente di energia eolica tedesco) ha stimato tempo fa che, da qui al 2025, saranno demolite dalle 1.000 alle 2.500 pale all’anno. Tra cinque anni potremmo avere dunque un cimitero di circa 17.500 pale che corrispondono a 140.000 tonnellate di rifiuti.

I numeri appena descritti riguardano solo la Germania. Se guardiamo le statistiche mondiali, arriviamo a più di 2 milioni e mezzo di tonnellate di materiale composito prodotto dalla dismissione di parchi eolici.

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La priorità è il riciclo

Come accennato, non è facile riciclare i materiali compositi. E bisogna sottolineare – per dovere di cronaca – che l’industria eolica produce molto meno materiale non riciclabile di altri settori. L’edilizia, l’elettronica, così come il settore dei trasporti generano migliaia di milioni di tonnellate di rifiuti “non riciclabili” all’anno.

Tuttavia far sì che una tecnologia verde in fase operazionale diventi sostenibile in tutto il ciclo di vita dovrebbe essere una priorità.

Ci sono vari processi a disposizione, anche se molto costosi. Partiamo dalla pirolisi o dalla solvolisi, per arrivare al meglio conosciuto – ma meno applicabile in questo caso – riciclaggio meccanico.

Per pirolisi si intende un processo di decomposizione termochimica di materiali organici. Essa avviene mediante l’applicazione di calore (le temperature sono molto alte, ma anche diverse in base ai materiali da riciclare) e in completa assenza di un agente ossidante (normalmente ossigeno). La solvolisi è quella reazione chimica che si verifica tra un soluto e un solvente con scissione dell’uno e dell’altro e formazione di nuovi composti.

Oltre ai processi descritti, ultimamente è stato brevettato un processo termochimico innovativo che riesce a recuperare dalla vetroresina sia la parte inorganica, che organica sotto forma di liquido in grado ancora di polimerizzare. Il primo impianto su scala industriale verrà inaugurato in estate a Bergamo.

Lorenzo Rubino

Laureato magistrale a 24 anni in ingegneria energetica al PoliTO. Esperto in efficienza energetica industriale, commerciale, residenziale. Progettista tecnico di impianti rinnovabili e tradizionali. Responsabile di #EnergyCuE da marzo 2015. Appassionato di nuove tecnologie e policy, soprattutto se finalizzate alla sostenibilità della produzione di energia. Mi sento curioso, riflessivo ma anche spontaneo, diretto e pragmatico, da buon ingegnere!

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